È capitato a tutti i genitori, ne sono certa.

Tutto è normale e tranquillo e non c’è nessun presagio nell’aria…ma ad un tratto per un nonnulla ecco arrivare un gesto dettato dalla rabbia oppure sgorgare il finimondo di lacrime senza neanche che capiamo cosa sia successo.

Quando avvengono questi episodi normalmente la nostra prima reazione è quella di chiedere il perché del loro comportamento.

Ma la verità è che non lo sanno nemmeno loro il perché.

Non sanno perché fanno quello che fanno. Sentono solo una spinta dentro che non riescono a fermare. Alle nostre continue richieste sul perché delle loro azioni, ad un certo punto provano a darci un motivo, ma il più delle volte è una cosa banale e non è davvero quella la causa. Allora il nostro step successivo, basandoci del motivo che ci hanno fornito, è quello di sminuire il problema cercando di far capire al bambino che la reazione è esagerata e non è il caso di comportarsi così.

A volte diciamo che non c’è bisogno di piangere per così poco e, quando poi le nostre parole non bastano a fermare le lacrime, allora rischiamo anche di arrabbiarci ed alziamo la voce promettendo castighi e punizioni, perché non sappiamo come altro fare.

Alzi la mano a chi non è mai successo.

Faccio un esempio pratico capitato proprio a me pochi giorni fa.

La settimana scorsa Noah (il nostro primogenito) è andato dai nonni dopo l’asilo e noi l’abbiamo raggiunto alla sera con Ari (il nostro piccolino) ed abbiamo cenato con loro.
Dopo aver mangiato in assoluta tranquillità e divertimento abbiamo indossato le giacche per tornare a casa, abbiamo salutato con baci ed abbracci e ci siamo avviati alla macchina. Fabry (mio marito) apre la macchina ed io comincio a mettere il piccolino nel seggiolino mentre Noah tirava ancora qualche calcio ad un pallone in garage.
Quando Ari è stato pronto per la partenza abbiamo chiamato Noah per farlo venire alla macchina.
Appena si è girato e ci ha guardato abbiamo notato che il suo atteggiamento era cambiato.
Il suo sguardo non era quello di prima, i pugnetti erano chiusi e le braccia rigide lungo i fianchi, il labbro tremava.
Ci siamo avvicinati immediatamente per capire cosa era successo e abbiamo notato in primis molta rabbia e con molta fatica siamo riusciti a farci dire il motivo del suo comportamento, o almeno quello che lui credeva fosse il motivo!

Ci ha spiegato che voleva essere lui il primo ad entrare in macchina!

Fabrizio ed io ci siamo guardati per capire cosa fare.
Una soluzione facile sarebbe stata quella di riprendere Ari dalla macchina e far salire prima Noah almeno non avrebbe più avuto motivo per piangere. E saremmo stati tutti felice e contenti!

Ma era realmente quello il motivo della sua disperazione?
Probabilmente quella strategia lo avrebbe fatto smettere di piangere, ma che cosa gli avrebbe insegnato?
Forse che nella vita le cose vanno sempre come le programmi? Cosa non vera.
Oppure che la sua mamma e il suo papà si trovano a disagio con le sue “grandi” e “difficili” emozioni e che quindi vanno messe a tacere con loro (e magari anche con tutti gli altri) e che non vanno espresse/provate perché sono “negative”?

L’analogia del treno che ti cambierà per sempre il modo di vedere il pianto del tuo bambino.

Ho sentito e letto di questa analogia durante uno dei tanti corsi che ho seguito e sto seguendo per il mio percorso professionale e mi è rimasta particolarmente impressa. Essa appartiene al mondo della psicologia da tempo ma l’ho vista applicata alla gestione dei tantrum (crisi di pianto/scenate) nei bambini e può anche aiutare noi adulti con le nostre emozioni e come le viviamo.
La creatrice di questa analogia è Katie M. McLaughlin e nonostante la usasse da molti anni l’ha pubblicata la prima volta solo nel 2017 sul suo sito PickanyTwo.net

Personalmente amo le analogie in quanto penso aiutino molto ad assimilare i concetti ed a ricordarli per maggior tempo.

Il treno sui binari dei sentimenti.

Nell’analogia del treno, i sentimenti difficili sono dei tunnel e noi siamo i treni che li attraversano.

Dobbiamo muoverci attraverso l’oscurità delle gallerie per arrivare alla fine di esse, dove possiamo vedere finalmente quella luce calma e pacifica. Sembra semplice, ma è molto più facile a dirsi che a farsi.

Ecco dove i genitori ben intenzionati sbagliano.

Il problema è che noi genitori (ovviamente pensando di far bene) spesso tentiamo di intercettare i nostri bambini mentre viaggiano attraverso un tunnel emotivo (i tunnel possono essere diversi e molteplici; rabbia, tristezza, dolore, paura, senso di colpa, solitudine ecc.)
Ad esempio, mentre guardavo Noah lottare con la sua tristezza, avrei potuto dire:
“Dai! È solo la macchina! Ci saliamo ogni giorno! Domani toccherà a te salire per primo. Il viaggio è corto, lo prometto! Sai che abitiamo vicini!”

Sarebbero state tutte affermazioni vere, senza dubbio, ma non sarebbero state utili in quel momento.

Spesso, quando i nostri figli sono alle prese con una sensazione difficile noi cerchiamo di tirarli fuori e magari anche distrarli, promettendo un gelato, una caramella, un giocattolo nuovo, ecc…
Stiamo cercando ovviamente di aiutare i nostri figli, ma, se guardiamo un po’ più sotto, penso che troveremo che quello che stiamo davvero facendo è cercare di far sentire meglio NOI.

Questo succede perché, quando i nostri figli sono infelici e provano un qualsiasi disagio, il loro dolore ci provoca MALESSERE.

Siamo noi quelli che vogliono che il loro pianto si fermi il più rapidamente possibile, non loro.

Tornando all’analogia: se le emozioni sono delle gallerie e noi siamo dei treni che li attraversano, allora noi abbiamo BISOGNO e DOBBIAMO continuare a muoverci fino all’altro lato.

Quello che noi adulti spesso facciamo quando affrontiamo le nostre lotte emotive è tentare di uscire dal tunnel il prima possibile anche se non possiamo ancora vedere la luce del giorno.
A volte ci accovacciamo nell’oscurità, chiudiamo gli occhi e facciamo finta di non essere in un tunnel.

“Va sempre tutto bene! Grazie mille ma non c’è nessun problema.” È vero o no?

A volte facciamo una miriade di altre cose: mangiamo dolci, acquistiamo online, beviamo alcolici, guardiamo la Tv ininterrottamente, giochiamo sui nostri telefoni o scorriamo i Social senza pensare a nulla.
Pura distrazione per non pensare che siamo in un tunnel e dobbiamo uscirne. D’altronde siamo cresciuti così. Siamo cresciuti imparando che certe emozioni non devono essere provate e che dobbiamo essere sempre felici. E quindi quando le proviamo, quelle sensazioni “negative”, il nostro primo desiderio è quello di farle smettere trovando una via di fuga, ma non funziona così.

Nessuna delle cose scritte sopra ci fa uscire dal tunnel. È vero?

Poi, quando finalmente troviamo il vero modo di sfogarci (magari urlando, facendo un bel pianto o perché no, prendendo a pugni un cuscino sino a quando non ne abbiamo più le forze ) all’improvviso ci sentiamo meglio. Tanto meglio. Più leggeri. In quel momento sia arrivati al fondo del tunnel.

E lo stesso vale per i nostri bambini.

Non possiamo insegnare loro che c’è un’uscita laterale segreta quando in realtà non c’è.

L’unica via di uscita è attraverso il tunnel seguendone tutto il percorso, ed è nostro compito guidarli sino a lì.
Aiutarli a vivere quelle emozioni e a esprimerle.

Ecco perché non ho detto niente a Noah ed ho indicato a mio marito di fare la stessa cosa. L’ho preso per mano e l’ho accompagnato a sedersi, mi sono seduta accanto a lui e l’ho abbracciato consolandolo con delle carezze sulla schiena. Sono rimasta lì, ad ascoltare.
Continuava a piangere ininterrottamente.
Pianse e pianse e pianse, fino a quando smise da solo.
Quando ci fu silenzio gli chiesi se si sentisse meglio. Annuí…e dopo pochi secondi mi chiese se potevamo ascoltare una delle sue canzoni preferite durante il tragitto andando a casa in macchina. Gli avessi proposto io una cosa simile prima quando aveva cominciato a piangere mi avrebbe urlato addosso di no e che lui voleva solo essere il primo ad entrare in macchina.

Se scaviamo ancora più a fondo cosa possiamo capire?

La scenata di Noah non è stata assolutamente scatenata dal fattore macchina.
Quello è stato esclusivamente il movente per esternare il suo malessere.
Lui aveva già qualcosa dentro di sé che non andava, stava “attraversando il tunnel” ma non riusciva ad arrivare al fondo. Cosa poteva essere stato a suscitare l’emozione di malessere? Letteralmente 1000 cose.

I bambini hanno molto per cui piangere nei primi 5 anni della loro vita.

Forse un litigio all’asilo, un’ingiustizia di cui era rimasto vittima, magari il fatto che non ci avesse visti dalla mattina alla sera ed ha sentito il distacco e non è riuscito a ricreare l’attaccamento, la stanchezza dopo una giornata intensa di movimento e chi più ne ha più ne metta. Neanche lui poteva saperlo.
Sapeva (e sa) solo che il modo migliore per stare meglio era quello di piangere e sfogarsi ed il mio ruolo in quanto genitore era ed è quello di stargli accanto e stargli il più possibile vicino durante il suo viaggio, ma ricordandomi che è lui il protagonista, non io. Posso solo supportarlo ma deve attraversarlo lui quel tunnel.

Il compito di un genitore NON è convincere il proprio figlio a smettere di piangere il più rapidamente possibile.

Le lacrime che vediamo rappresentano il processo di guarigione, non il dolore. Se fermiamo le lacrime, fermiamo il recupero della salute emotiva, non la sofferenza. Quella resta. E si ripresenta nuovamente alla prima occasione.

La ripresa e la resilienza (ne parleremo presto nel prossimo articolo) non si possono insegnare. È facendo da modelli che i nostri bimbi imparano come rialzarsi. Non negando che quelle emozioni esistano, ma mostrando loro come navigarle per ritrovare la sensazione di pace e benessere.

LE LACRIME SONO UN SEGNO DEL SUCCESSO DEI GENITORI, NON DEL FALLIMENTO.

Quando un bambino piange con mamma e papà, questo è segno di grande fiducia che il bambino ha nei confronti del suo porto sicuro, dove sa che è accettato per quello che è e dove le sue difese, costruite per difendersi dal mondo esterno, possono davvero cadere per lasciare spazio alla sua vulnerabilità.

Come scrive nuovamente Katie M. McLaughlin nel suo blog la prossima volta che tuo figlio è profondamente frustrato, arrabbiato o sconvolto, ricorda qual è davvero il tuo lavoro come genitore:

  • Fornire conforto attraverso la frustrazione.
  • Aiutare a tirare fuori le lacrime purificatrici del tuo bambino e non a reprimerle.
  • Mostrare empatia per la sua lotta.
  • Lasciare che la lezione di vita venga appresa in modo naturale, non attraverso la predicazione.
  • Sostenere il suo viaggio attraverso il tunnel emotivo.

Quindi consoliamo i nostri bimbi con gesti amorevoli. Sediamoci con loro in silenzio e ascoltiamo. Ascoltiamo davvero.
Restiamo al loro fianco mentre attraversano i loro tunnel di sentimenti forti fino a quando finalmente raggiungono la calma, la pace e la luce.

Spero vivamente questo articolo possa esserti d’aiuto la prossima volta che tuo figlio o tua figlia saranno preda di sentimenti “difficili” da gestire.

Se vuoi raccontare la tua esperienza o hai domande commenta qui sotto.

Un abbraccio

Valentina